Storia del LAB - Laboratorio di Autoricerca di Base

09.11.2026 - Massimiliano Sassoli de Bianchi

Nel novembre del 2006 acquistai una proprietà, a dieci minuti da Lugano, che sembrava uscita da una fiaba. Un luogo immerso nella fitoenergia di un parco naturale, protetto da un bosco di faggi, carpini, agrifogli, tigli e castagni, oltre che dall'aura di cedri e larici centenari e di un magnifico pino. Si trattava, senza mezzi termini, di un piccolo paradiso, dove crescevano essenze floreali ormai rare, come l'elleboro nero e diverse varietà di vinca.

Il bosco, quasi incantato, si apriva su un'ampia zona prativa, creando suggestivi giochi di luce. La proprietà era un punto di ritrovo per numerosissime specie di uccelli, che nidificavano tra gli alberi, e non era raro trovarsi a tu per tu con scoiattoli, volpi, tassi e, talvolta, persino cervi. Era, in altre parole, un habitat naturale pressoché incontaminato, capace di esprimere una bellezza che toglieva il fiato e pacificava il cuore. Un luogo che sentivo permeato di energie di guarigione di grande valore. Dalla proprietà, situata su un piccolo promontorio, si godeva di una vista impareggiabile sul lago di Lugano, da Porlezza fino a ben oltre il ponte di Melide. Dalla piccola torre di fine Ottocento si poteva scorgere anche uno scorcio di lago in direzione di Ponte Tresa. Al mattino, guardando verso est, potevo ammirare il sole sorgere sopra il Monte Generoso. La sera, verso ovest, l'intera proprietà si tingeva dei colori di spettacolari tramonti che infiammavano il cielo.

Poi c'era il bellissimo prato, con il suo manto erboso naturale e una straordinaria varietà di specie vegetali, che offriva un ambiente di vita a numerosi piccoli animali, come farfalle, grilli, lucciole e altri organismi ormai rari nelle aree vicine alle città. Dalla primavera all'autunno inoltrato, la ricchezza della vegetazione regalava un susseguirsi di fioriture, ogni volta diverse, in uno spettacolo di rara bellezza.

Un luogo immerso nella fitoenergia di un parco naturale

Sicuramente dovevo aver fatto qualcosa di buono in qualche vita passata, per meritarmi un luogo come quello, che iniziai ad abitare con un profondo senso di gratitudine. Inizialmente, però, il posto necessitava di lavori considerevoli, e non soltanto materiali. Ricordo che suscitava in me una duplice sensazione: da un lato, un'energia potente, che spingeva verso l'alto pur rimanendo raccolta; dall'altro, la percezione di qualcosa di congesto, che mi provocava un senso di nausea. Questo mi fece esitare durante la fase di acquisto, ponendomi di fronte a una scelta: fidarmi del fatto che, una volta tornato a essere abitato e onorato, il luogo avrebbe espresso qualcosa di molto bello. Il bosco, ad esempio, era pieno di alberi morti, che sembravano impedirgli di respirare, mentre nell'edificio principale era stata murata una finestra, bloccandone la circolazione energetica. Dopo aver ripulito il bosco e "riaperto i chakra del luogo", questo cominciò a manifestare una qualità davvero morbida e accogliente, che mi ricordava quella di un ventre materno.

Era un periodo della mia vita in cui avevo lasciato il mio precedente lavoro nel settore dell'industria e del commercio internazionale, che non mi dava alcuna soddisfazione, poiché in cuor mio sentivo forte il richiamo della mia anima di ricercatore. Avevo da tempo abbandonato la ricerca scientifica, ma non avevo mai interrotto il filo della ricerca interiore, e da poco avevo iniziato a insegnare fisica al Liceo di Lugano.

Praticavo regolarmente yoga, meditazione e altre tecniche di esplorazione interiore. Già nel 1997, dopo aver lasciato l'ambiente accademico, avevo infatti iniziato a esplorare diversi percorsi di ricerca interiore, alcuni di carattere prevalentemente psicoterapeutico, altri di orientamento più spirituale. Il mio approccio era sempre molto pragmatico: ero curioso, aperto a esplorare nuove possibilità e a mettermi in gioco, ma al contempo mantenevo sempre vivo il mio senso critico. Questo atteggiamento mi ha permesso di sperimentare un'ampia varietà di approcci e di incontrare insegnanti e guide di ogni genere.

Uno dei luoghi "speciali" della proprietà

Solo per fare alcuni esempi, già nel 1997 mi avvicinai al Rebirthing e alla digiunoterapia. Nel 1998 seguii corsi di sciamanesimo, astrologia e cabbala. Nel 1999 approfondii l'igiene naturale e le terapie nutrizionali, quindi la danzaterapia, il Reiki e un intenso percorso di psicoterapia di gruppo con approccio sistemico. Ricordo anche, a partire dal 2000, le esperienze con le costellazioni familiari, l'Aqua-Wellness, le formazioni sulla lettura dell'aura e le terapie essene, seguite dall'esplorazione dei fondamenti del respirianesimo, che mi portò anche a sperimentare un lungo digiuno senz'acqua. Dal 2001 approfondii il Tai Chi Chuan, lo yoga integrale, la meditazione e alcuni approcci di ispirazione gurdjieffiana. Nel 2004, invece, iniziai a esplorare lo studio della coscienza attraverso le esperienze extracorporee e il lavoro sulla bioenergia, avvicinandomi in seguito anche a metodi di igiene mentale, come quello proposto da Byron Katie.

Parallelamente, presentavo di tanto in tanto le mie riflessioni in occasione di conferenze e congressi. Nel corso di questa mia variegata «perlustrazione», incontrai personaggi singolari, difficili da inquadrare, con alcuni dei quali instaurai relazioni particolarmente coinvolgenti. Ho raccontato due di questi incontri, per me molto significativi, nel numero 28 di AutoRicerca, e avrò modo di tornarvi più avanti.

Quello era anche un periodo in cui avevo cominciato a scrivere racconti interiori, fiabe, strani dialoghi e testi di divulgazione scientifica. Tutte queste attività avrebbero pian piano trovato una forma più precisa nel progetto del laboratorio.

Spesso praticavo all'aperto, nella bellissima proprietà in cui abitavo, che aveva ormai ritrovato il suo pieno potenziale, sia in termini di bellezza che di qualità energetica. Bastava che qualcuno venisse a trovarmi perché, al solo contatto con il luogo, si sentisse già meglio, più quieto e, a volte, anche più aperto e desideroso di condividere i temi esistenziali che stava affrontando in quel momento. Mi ritrovavo così a conversare a lungo con i visitatori occasionali, offrendo la mia prospettiva e, talvolta, qualche suggerimento sulle questioni che mi sottoponevano. Senza rendermene conto, in qualche modo offrivo loro una forma di accompagnamento evolutivo. Nulla di propriamente terapeutico, sia ben chiaro, anche se a volte un effetto terapeutico poteva essere il naturale corollario di quelle conversazioni.

Altre volte, le persone mi chiedevano se potessero praticare con me, soprattutto yoga e meditazione. Così, nel tempo, si formò un piccolo gruppo di aficionados che, a una certa ora, si presentavano per condividere la pratica. Nel caso dello yoga, non mi ponevo come insegnante. Semplicemente, attraverso la mia stessa pratica suggerivo la sequenza degli asana e, in modo del tutto naturale, offrivo poche indicazioni essenziali, che rivolgevo agli altri anche per ricordarle a me stesso.

Passarono così alcuni anni, durante i quali da me si praticava e si chiacchierava, anche di cose serie, ma senza mai diventare seriosi. A un certo punto, però, mi resi conto che era importante responsabilizzare maggiormente le persone rispetto al proprio percorso. Avendo esplorato a lungo la psicologia evolutiva, ero ben consapevole di quanto spesso ci troviamo a "giocare all'evoluzione", sfruttando la facilità di certi incontri. Accade così, per esempio, che continuiamo a chiedere consigli a un amico per evitare di rivolgerci a uno psicoterapeuta e prendere pienamente coscienza di avere un problema che richiede un lavoro più profondo. In altre parole, in ogni percorso, sia esso psicoterapeutico o di ricerca interiore, soprattutto quando si svolge in gruppo, è importante che vi siano un investimento personale e un impegno reciproco a sostegno della pratica. E quando questo investimento viene richiesto in modo esplicito, per esempio chiedendo alle persone di impegnarsi a partecipare con regolarità per un certo periodo, oppure di versare un contributo economico, può accadere che l'apparente motivazione iniziale svanisca.

Personalmente, in quel momento non avevo alcuna necessità di entrate finanziarie. La mia riflessione nasceva unicamente dall'esigenza di fare chiarezza nel movimento, tanto mio quanto delle persone che praticavano con me. È certamente bello praticare tra amici, ma quando la cerchia dei partecipanti si allarga, a un certo punto diventa importante creare un ordine e, con esso, una sufficiente chiarezza di intenti, affinché ciò che sta prendendo forma possa essere onorato e trovare le condizioni per svilupparsi ulteriormente.

La fotografia che accoglieva i visitatori del mio primo sito web

In un vecchio backup del mio sito personale, la cui homepage accoglieva i visitatori con una mia fotografia alle Maldive, a braccia aperte, ritrovo una sezione dedicata ai "corsi", nella quale descrivevo gli obiettivi delle attività che proponevo. Si trattava, in sostanza, di promuovere l'acquisizione di una "postura mentale stabile", accrescere la lucidità, la presenza e l'autoconsapevolezza, sviluppare una capacità di osservazione neutra e imparziale, riconoscere i propri condizionamenti e favorire la disidentificazione dai sistemi di credenza. Sottolineavo anche il valore cognitivo delle percezioni negative, come lo stress, il dolore e la sofferenza, intese come possibili segnali di una visione distorta della realtà. Altri obiettivi riguardavano la responsabilità personale, il superamento dei conflitti, l'autoperdono, il riconoscimento delle dinamiche di autocorruzione e lo sviluppo di una maggiore autonomia nel proprio percorso evolutivo. Non mancavano riferimenti alle leggi di azione-reazione e di causa-effetto, al "meccanismo della realtà specchio" e al ruolo dell'individuo all'interno del "maximeccanismo evolutivo".

Aggiungevo poi che: "I corsi, individuali o a piccoli gruppi, si svolgono in un laboratorio la cui energia è ottimizzata per le pratiche di igiene mentale". Insomma, non era ancora ufficialmente il LAB, cioè il Laboratorio di Autoricerca di Base, con il suo nome, il suo logo e un sito dedicato. Eppure, già utilizzavo la parola "laboratorio" per designare il luogo in cui si svolgevano le pratiche.

L'idea di dare a queste attività un'identità propria, con un nome e un logo, sarebbe maturata soltanto in seguito, quando cominciai a definire con maggiore precisione le pratiche che desideravo proporre e a presentarle in modo organico su un sito dedicato.

Quando questa idea prese forma, sul primo sito web del LAB si poteva leggere che il Laboratorio di Autoricerca di Base era una struttura privata, da me creata e diretta, concepita come "uno spazio, non solo fisico, [...] per sostenere l'evoluzione coscienziale e massimizzare i profitti di un lavoro di ricerca interiore".

Il primo sito web del LAB

La filosofia del LAB si fondava su un approccio integrato alla ricerca interiore, attraverso metodologie diverse, pensate per agire in sinergia e produrre un effetto maggiore della somma delle singole pratiche. Queste spaziavano dallo yoga posturale alle tecniche respiratorie ed energetiche, dalla meditazione all'igiene mentale, dall'arte dell'osservazione all'esplorazione del movimento, fino allo studio degli stati dell'io e delle dimensioni più sottili dell'esistenza. Le attività erano organizzate in incontri e laboratori individuali, seminari di gruppo, generalmente della durata di un fine settimana, e cicli di pratica con incontri settimanali.

Sul sito spiegavo anche il significato attribuito alla parola "laboratorio", richiamando sia gli antichi laboratori alchemici sia quelli moderni di chimica e fisica. Scrivevo infatti che "un laboratorio è [...] un luogo speciale, attrezzato al fine di facilitare determinate operazioni di trasformazione". Nel caso del LAB, la trasformazione ricercata era soprattutto interiore. Parlavo quindi di "laboratorio coscienziale" e introducevo il concetto di "paratecnologie", ossia di "tecnologie interiori" che comprendevano tanto le metodologie utilizzate nella pratica quanto la possibilità di creare e mantenere un particolare campo energetico, ritenuto capace di potenziare gli effetti del lavoro svolto.

La presentazione si concludeva con una descrizione del contesto naturale in cui il LAB era immerso, ai piedi del Monte San Salvatore, e dei diversi spazi di lavoro presenti nella proprietà, ciascuno con le proprie caratteristiche specifiche.

Gli incontri individuali erano proposti sia da me sia dall'amica e collega Patrizia Verdiani. Si trattava di forme di accompagnamento personalizzato, fondate sull'ascolto, sull'osservazione e sul dialogo, con l'obiettivo di favorire una maggiore comprensione di sé e della realtà, promuovendo autonomia, maturità e consapevolezza nel proprio percorso evolutivo. Alla base vi era un principio condiviso di onestà intellettuale, insieme al pieno riconoscimento della responsabilità, della libertà e dell'autonomia delle persone coinvolte.

Nei miei incontri invitavo innanzitutto la persona a rallentare il proprio ritmo e a entrare gradualmente in sintonia con l'atmosfera morbida e accogliente del laboratorio, spesso attraverso il semplice rituale del tè. Da lì prendeva forma uno spazio di ascolto e osservazione, nel quale il dialogo diventava lo strumento principale di esplorazione, senza contenuti prestabiliti, ma lasciando emergere ciò che si manifestava nel qui-e-ora. Quando opportuno, il lavoro poteva includere anche pratiche corporee, respiratorie, energetiche o di igiene mentale.

Patrizia proponeva un approccio complementare, volto soprattutto a portare l'attenzione sulle parti di sé che manifestavano un disagio nel vissuto quotidiano, aiutando la persona a ritrovare centratura, chiarezza e una maggiore libertà rispetto al proprio carico emotivo. Tra gli strumenti utilizzati figuravano anche la lettura simbolica, la messa in scena di vissuti, i racconti e le fiabe, sempre in funzione delle esigenze specifiche della persona.

Insieme proponevamo anche delle "sessioni intensive", vere e proprie maratone interiori che potevano protrarsi per un'intera giornata. In questi incontri mettevamo a disposizione le nostre affinità e complementarietà, creando uno spazio esperienziale dinamico nel quale la persona poteva esteriorizzare, osservare e distinguere più chiaramente le diverse componenti del proprio universo interiore, per poi eventualmente riorientarle attraverso nuove scelte. Il lavoro prendeva sempre avvio da ciò che emergeva nel qui-e-ora, senza un programma prestabilito e senza una durata rigidamente definita. Come scrivevamo allora, "ogni sessione costituisce un momento a-storico a sé stante, la cui durata effettiva non può essere regolata dalla meccanica di un orologio", ma soltanto dalla disponibilità dei partecipanti ad accogliere ciò che chiedeva di essere visto e compreso.

Con Patrizia Verdiani, tra gli alberi del parco che accoglieva il LAB, agli inizi della nostra collaborazione

Oltre a queste attività, proponevo anche dei laboratori di pratica individuale autogestita, concepiti per permettere agli autoricercatori di esplorare autonomamente la propria multidimensionalità, in spazi appositamente predisposti per favorire la concentrazione, l'isolamento dalle interferenze esterne e, secondo la concezione del LAB, potenziare energeticamente il lavoro svolto. L'obiettivo era promuovere una crescente autonomia nella ricerca interiore, verso quella che allora chiamavo "olomaturità", ossia una forma di maturità integrale. Per accedere a questi laboratori erano richieste alcune conoscenze teorico-pratiche preliminari.

Le pratiche proposte erano tre: Immobilità Fisica Vigile, Stato Vibrazionale e Tecniche Proiettive. La prima, particolarmente impegnativa, consisteva nel mantenere il corpo completamente immobile per tre ore, in una postura confortevole e con gli occhi semiaperti, cercando di conservare uno stato di attenzione lucida, rilassata e priva di identificazioni. Ispirata anche al Pratyahara dello yoga, questa pratica mirava a favorire il progressivo distacco dell'attenzione dalle percezioni sensoriali ordinarie, permettendo un'esplorazione più approfondita della propria dimensione interiore. Nel quadro teorico adottato allora, un'immobilità sufficientemente prolungata era inoltre considerata una possibile via di accesso a percezioni non ordinarie e a esperienze extracorporee.

L'attività settimanale del LAB era invece incentrata su pratiche di yoga, meditazione, bioenergetica e movimento consapevole, che rappresentavano la naturale continuazione degli incontri informali tra amici, precedenti alla nascita del laboratorio. L'idea era quella di integrare queste diverse metodologie, sfruttandone le possibili sinergie: il lavoro posturale favoriva la stabilità meditativa, le pratiche respiratorie ed energetiche promuovevano il rilassamento e la padronanza energetica, mentre il movimento libero, anche attraverso la danza, permetteva di esplorare e armonizzare la dimensione fisica ed emozionale. Nel loro insieme, queste attività miravano a favorire la costruzione di un centro psicofisico stabile e lo sviluppo di una maggiore consapevolezza.

Il LAB disponeva di quattro diversi spazi di pratica, o meglio, quattro piccoli laboratori, ciascuno con caratteristiche proprie: LAB-1, LAB-2, LAB-3 e LAB-4.

Il LAB-1, chiamato anche "Learning Center", era una costruzione di poco più di 30 mq, con una sala di pratica di circa 20 mq, che durante la bella stagione poteva estendersi all'aperto, raddoppiando la superficie disponibile. Era uno spazio polifunzionale, adatto a incontri individuali e di gruppo, sia teorici che pratici, caratterizzato da un'atmosfera morbida e accogliente, ma al tempo stesso stabile e cristallina.

Il "Learning Center"

Il LAB-2, denominato "Terraforming", era invece una piccola costruzione quadrata in legno, di 16 mq, situata al margine del bosco, sotto un magnifico pino e vicino a un bacino d'acqua dolce. Era uno spazio intimo e raccolto, particolarmente adatto alle pratiche individuali o a piccoli gruppi. Il nome richiamava la particolare qualità energetica che attribuivo a quel luogo, ritenuta favorevole ai lavori di rivitalizzazione fisica ed energetica, ma anche il simbolismo del pino, albero del sole e della luce, espressione di quella forza vitale che continua a fluire anche nelle condizioni più difficili.

Il "Terraforming"

Il LAB-3, chiamato "Connettarium", era invece un laboratorio all'aperto, immerso nel bosco e situato su un piccolo promontorio. Consisteva in un cerchio di granito di circa 30 mq, affiancato da un secondo cerchio più piccolo e circondato da arbusti di tuia, noti anche come "alberi della vita". Lo avevo costruito con le mie mani, posando le pietre a secco con l'aiuto di un amico esperto muratore. Era un luogo suggestivo, che percepivo come saldamente ancorato tra Cielo e Terra, particolarmente adatto alle pratiche corporee, come lo yoga e la danza consapevole, ma anche ai lavori più introspettivi.

Il "Connettarium"

Ricordo soprattutto le pratiche di danza che a volte vi svolgevamo di notte. Alla musica che accompagnava i nostri movimenti si mescolavano i rumori della foresta e la presenza, talvolta percepibile, degli animali che curiosi si avvicinavano. Si aveva allora la sensazione di trovarsi in un equilibrio instabile tra la solidità del cerchio di pietra, che ci conteneva e proteggeva, e l'ignoto del bosco immerso nell'oscurità. Era proprio questa particolare tensione a conferire alla pratica una qualità difficilmente riproducibile altrove, di grande potere suggestivo.

Infine, il LAB-4, che avevo personalmente progettato, era una grande yurta di circa 50 mq, situata nell'ampia zona prativa, accanto a un arco di gelsomino, e posata su una pedana in legno di Basralocus. Alla sommità della tenda si trovava una ruota a otto raggi, simbolo del Dharmachakra, la ruota del Dharma, che rappresenta il nobile ottuplice sentiero del Buddha. La yurta disponeva inoltre di otto aperture, concepite per favorire la circolazione energetica dell'ambiente. Era il più grande spazio coperto del LAB e permetteva di accogliere attività di diverso genere, tra cui anche la pratica dello yoga al caldo.

La yurta

Lo yoga al caldo, praticato in pieno inverno, quando la yurta era magari ricoperta di neve, era un'esperienza davvero singolare. Ricordo che, oltre a otto stufette elettriche, utilizzavo anche una particolare torcia a gas per portare la temperatura interna a circa 35 gradi. Per chi non conoscesse questa pratica, lo yoga al caldo consiste nell'esecuzione di tecniche respiratorie e posturali in un ambiente fortemente riscaldato. Nella concezione che ne proponevo allora, la pratica si richiamava al principio del «fuoco interiore» della tradizione tantrica e a quello della «purificazione attraverso lo sforzo» della tradizione brahmanica. Il calore era considerato un alleato nel lavoro corporeo ed energetico, capace di favorire lo scioglimento delle tensioni e una maggiore profondità nella pratica. Sul piano interiore, l'invito era quello di accogliere pienamente l'intensità del calore, trasformando lo sforzo in un'occasione di concentrazione, centratura e apertura a una dimensione di maggiore quiete e non-dualità. A questa esperienza, a tratti intensa e impegnativa, si accompagnavano anche momenti di piacere sottile, evocati attraverso piccoli rituali del tè, del cioccolato e dell'acqua profumata con oli essenziali.

Un'altra pratica frequente al LAB era quella del dialogo, che a quei tempi chiamavo Satsang, termine sanscrito che richiama l'idea dello stare insieme nella verità, nell'essere, in ciò che è. Si trattava di incontri senza un contenuto prestabilito, nei quali il dialogo emergeva spontaneamente dal qui-e-ora, attraverso la condivisione delle esperienze e delle riflessioni dei partecipanti, con l'intento di favorire una maggiore comprensione di sé e del proprio percorso evolutivo. Ma non sempre ci si limitava a dialogare. Spesso emergevano spontaneamente occasioni di pratica, momenti di osservazione e introspezione, talvolta anche con risvolti terapeutici.

Una sorta di regola d'oro del LAB, a quei tempi, era che ogni spazio, pur nascendo con un intento specifico, potesse trasformarsi in qualcosa di diverso, secondo ciò che emergeva nell'incontro. L'accordo tacito era che tutti fossero sempre disponibili a mettersi in gioco. E quando dico tutti, intendo proprio tutti. Sebbene Patrizia e io avessimo un ruolo di responsabilità, non c'erano maestri e allievi, ma soltanto coscienze impegnate, con umiltà, in un percorso condiviso di pratica e chiarificazione. Del resto, tra i frequentatori del LAB vi erano anche persone che, in altri contesti, conducevano a loro volta gruppi e percorsi di ricerca interiore.

Avevo molte idee sulle pratiche da proporre, anche se non tutte arrivavano a concretizzarsi. Una cosa è certa: la varietà non mancava mai, e cercavo sempre di offrire una prospettiva inusuale, anche nelle pratiche più tradizionali. Ad esempio, proponevo la meditazione camminata, detta Kinhin, come pratica primaria, intesa come un'educazione profonda a un movimento che nasce dalla quiete interiore e si dispiega nel qui-e-ora, in un alternarsi armonioso di tensione e distensione. La meditazione seduta diventava invece un momento di riposo, in una sorta di inversione rispetto all'impostazione tradizionale.

Come già accennato, di tanto in tanto proponevo anche seminari della durata di un fine settimana. Fu proprio in questo contesto che nacque AutoRicerca, più precisamente in occasione di un seminario di Energosomatica, che tenni per la prima volta nel marzo del 2011. Il seminario era dedicato all'esplorazione della dimensione bioenergetica attraverso pratiche corporee, respiratorie ed energetiche, con particolare attenzione alle sinergie tra respirazione fisiologica e quella che allora chiamavo respirazione parafisiologica.

Tra le tecniche proposte vi era l'Oscillazione Longitudinale Volontaria delle Energie (OLVE), finalizzata a indurre il cosiddetto Stato Vibrazionale (SV), una condizione di intensa dinamizzazione energetica alla quale, nel quadro teorico di riferimento, venivano attribuite numerose potenzialità, tra cui lo sblocco energetico ed emozionale, una maggiore consapevolezza della propria multidimensionalità e la possibilità di accedere a esperienze extracorporee.

La brochure del seminario di Energosomatica

Ma il dettaglio più significativo, per la storia che sto raccontando, è che nella piccola brochure realizzata per presentare il seminario si poteva leggere: "Ai partecipanti verrà fornita una copia del primo numero della rivista AutoRicerca, interamente dedicato allo Stato Vibrazionale".

La copertina del numero 1 di AutoRicerca

Ricordo bene che, nell'organizzare quel seminario, avevo pensato di preparare delle dispense particolarmente accurate, vista la ricchezza e la complessità delle tecniche che avrei presentato. Alcune erano già ben descritte in articoli di Nanci Trivellato e Wagner Alegretti, due ricercatori che avevo conosciuto e che avevano approfondito notevolmente lo studio dello Stato Vibrazionale. Poiché i loro lavori erano in inglese, decisi di tradurli in italiano, aggiungendo poi un mio contributo, basato anch'esso su un precedente articolo in inglese, nel quale proponevo un collegamento tra le tecniche di induzione dello SV e le pratiche respiratorie della tradizione yogica.

Una volta completato il lavoro, mi resi conto di avere tra le mani l'equivalente di un piccolo libro. Conoscevo già le possibilità offerte dalla stampa su richiesta (print on demand) e cominciò così a farsi strada l'idea di trasformare quelle dispense in un vero e proprio volume stampato. Inizialmente pensavo semplicemente di mettere in copertina il marchio del LAB e un riferimento al seminario, ma non mi ci volle molto per capire che, volente o nolente, stavo per dare alla luce il primo numero della rivista del laboratorio.

Poiché l'iniziativa cominciava ad assumere una veste più ufficiale, chiesi a Nanci e Wagner il permesso di pubblicare le traduzioni italiane dei loro articoli, che mi accordarono più che volentieri. E così, quasi senza accorgermene, mi ritrovai editore di una rivista appena nata, senza avere la minima idea di come si sarebbe sviluppata, o persino se avrebbe avuto un seguito. D'altra parte, come ricercatore nel campo della fisica, sapevo bene che anche riviste dalla vita molto breve avevano talvolta ospitato articoli destinati a lasciare un segno nella storia della scienza. Pensavo, ad esempio, al celebre articolo di John Bell del 1964, pubblicato su Physics, una rivista che cessò le pubblicazioni pochi anni dopo.

Dopo quel primo seminario, che ripetei con soddisfazione numerose volte, incoraggiato anche dall'apprezzamento dei partecipanti per la cura con cui avevo realizzato le dispense, cominciai a chiedermi che cosa avrebbe potuto contenere il numero successivo di AutoRicerca, e magari quelli a venire. Naturalmente, non potevo garantire una periodicità regolare, così precisai fin da subito ai lettori che si trattava di una pubblicazione d'avanguardia non soltanto per i contenuti, ma anche per le modalità di stampa e diffusione, basate sul sistema print on demand. La versione elettronica, inizialmente, non era gratuita: l'idea di trasformare AutoRicerca in una rivista ad accesso aperto, per favorirne una più ampia diffusione, sarebbe maturata soltanto nel 2015, con la pubblicazione del numero 9.

Per il secondo volume, però, sentii che AutoRicerca non doveva limitarsi ai temi della ricerca interiore. In fondo, la ricerca è una sola, ed è importante coltivare uno sguardo a trecentosessanta gradi sulla realtà, senza separare artificialmente il mondo esteriore da quello interiore. Ero convinto che anche una conoscenza dei fondamenti della scienza, e in particolare della fisica, potesse offrire strumenti preziosi per interrogare il reale e cercare di comprenderne la natura più profonda.

Decisi così di dedicare il secondo numero a due articoli di fisica, entrambi tradotti in italiano: uno mio e l'altro di Diederik Aerts, con il quale ero entrato da poco in contatto e avevo avviato un interessante scambio epistolare. Aggiunsi un lunghissimo editoriale e, voilà, prese forma anche il secondo volume, sempre nel 2011. Insieme a esso cominciò a delinearsi un'altra idea: cercare di pubblicare, idealmente, due volumi all'anno.

La copertina del numero 2 di AutoRicerca

Con il terzo numero si ripeté, in qualche modo, la situazione del primo. Avevo preparato un nuovo seminario di due giorni, particolarmente ricco di contenuti teorici e pratici, e desideravo fornire ai partecipanti delle dispense accurate, affinché potessero concentrarsi pienamente sulle attività proposte, senza doversi preoccupare di prendere appunti. Questa volta il tema era l'osservazione, un argomento a me particolarmente caro, che stavo esplorando sia dalla prospettiva scientifica sia da quella dell'autoricerca.

La brochure del seminario sull'osservazione

Nel marzo del 2012 avevo tenuto a Lugano una conferenza pubblica dal titolo "Effetto osservatore", nella quale mettevo a confronto il ruolo dell'osservazione nella fisica quantistica e nella ricerca interiore. Pur trattandosi di ambiti molto diversi, sottolineavo come l'osservazione permettesse, in entrambi i casi, di accedere a dimensioni della realtà normalmente inaccessibili ai sensi ordinari: il mondo microscopico nel caso della fisica quantistica, le cosiddette dimensioni spirituali in quello della ricerca interiore. Avevo inoltre pubblicato alcuni articoli scientifici sul tema e un libricino, inizialmente per conto d'autore e successivamente con Adea Edizioni. A queste esperienze si aggiungevano numerose letture e seminari che mi avevano ispirato a elaborare una mia proposta formativa, volta a esplorare l'osservazione da diverse angolature, soprattutto nell'ambito della ricerca interiore. E ancora una volta, AutoRicerca si rivelò il contenitore ideale per raccogliere e condividere il compendio teorico-pratico di un seminario.

Apro qui una parentesi importante. Quando, molti anni dopo, Adea Edizioni decise di semplificare il proprio catalogo, interrompendo la distribuzione del mio libro sull'effetto osservatore, ringraziai l'editore per la cortese e professionale collaborazione. Qualche anno più tardi, decisi però di dare una nuova vita a quel lavoro, ripubblicandolo in una versione rivista e ampliata, insieme ad altri contributi, in un numero dedicato di AutoRicerca. Il progetto si concretizzò poi solo nel 2019, con il numero 19, disponibile anche in lingua inglese.

Già prima di allora, del resto, avevo utilizzato più volte la rivista per dare maggiore diffusione ad alcuni miei libri, inizialmente pubblicati soltanto per conto d'autore. È il caso della raccolta di racconti del numero 16, dei due saggi dialogici dei numeri 12 e 13, del manuale di pratica yoga del numero 15 e delle corrispondenze su diversi temi raccolte nei numeri 9 e 11. Questa scelta rispondeva soprattutto al desiderio di rendere quei testi liberamente accessibili, ma era anche, lo ammetto, un modo per mantenere fede all'impegno che mi ero dato di pubblicare almeno due volumi all'anno.

Nel tempo, comunque, ho sempre cercato di privilegiare la realizzazione di volumi tematici, coinvolgendo numerosi autori nella loro costruzione. Forse, uno dei tratti più distintivi di AutoRicerca è stato proprio quello di non lasciarsi racchiudere in una categoria editoriale precisa, tanto per la varietà dei contenuti quanto per l'eterogeneità degli autori che hanno contribuito alle sue pagine.

I primi quattro numeri di AutoRicerca

Col senno di poi, la mia scelta si rivelò oculata, perché il programma di ricerca intrapreso diede risultati importanti e prosegue ancora oggi. Avevo portato avanti la mia attività scientifica fino al dottorato, cercando poi di continuarla per qualche anno come ricercatore indipendente, ma il "karma di famigli", se così si può dire, mi aveva in qualche modo portato a intraprendere un'altra strada. Con l'avventura al Centro Leo Apostel, era come se la vita, nella sua saggezza, mi offrisse una seconda possibilità: quella di riprendere il filo d'oro di una ricerca che, nel mio caso, ormai l'ho capito, non può rimanere confinata in un unico campo.

Ma torniamo alle vicende professionali che, come raccontavo, mi avevano portato a riprendere temporaneamente le redini di un'azienda nella quale avevo lavorato in passato. Una delle conseguenze inattese di quell'impegno fu che, a un certo punto, mi ritrovai a disporre di un fabbricato industriale costruito nei primi anni Settanta, situato sulla particella numero 302 dell'allora Comune di Barbengo, oggi quartiere di Lugano. Per qualche tempo cercai un acquirente, entrando in contatto con diversi interessati. Ci furono strette di mano, accordi, incontri presso notai. Ogni volta la vendita sembrava ormai conclusa, ma immancabilmente sopraggiungeva un imprevisto che mandava a monte l'intera operazione. Quasi che quel luogo fosse destinato a qualcos'altro. Fu così che un giorno, passeggiando tra quei vecchi spazi industriali, cominciai a intravedere la possibilità di recuperarli e trasformarli, dando vita a nuove attività culturali e, tra queste, anche a una nuova incarnazione del LAB.

Questa volta, però, immaginavo un progetto più condiviso, con il coinvolgimento di diversi collaboratori, affinché la responsabilità delle attività del laboratorio non ricadesse interamente sulle mie spalle e mi rimanesse il tempo necessario per proseguire anche le mie ricerche nel campo della fisica.

Insomma, il LAB 2.0 doveva essere in grado di riunire e federare talenti e sensibilità diverse attorno a un progetto comune, senza più essere centrato prevalentemente sulle mie proposte e su quelle di Patrizia, che era stata la mia prima e storica collaboratrice. Anche il contesto cambiava radicalmente. Se il LAB 1.0 era nato in una proprietà quasi fiabesca, immersa nella natura, ma con spazi di pratica relativamente piccoli, il LAB 2.0 prendeva forma in un ambiente industriale, che offriva superfici ben più generose e che, grazie alla ristrutturazione dello stabile, avrebbero acquisito un notevole pregio. Certo, mancava l'immersione nella fitoenergia di un parco naturale, ma la zona industriale di Barbengo, con il lago vicino e le montagne verdeggianti tutt'intorno, conservava comunque una sua piacevolezza. Tanto più che l'edificio si trovava all'estremità della zona industriale e si affacciava, verso sud, su un'immensa distesa prativa.

Lo stabile industriale di Area 302

La nuova sede del LAB venne ufficialmente inaugurata sabato 30 ottobre 2021, con una bellissima serata che riunì collaboratori, amici e ospiti in un'atmosfera di gioia e condivisione. Fu un evento particolare, caratterizzato da una continua alternanza tra momenti di ascolto e contemplazione, vivacità intellettuale, espressione artistica e desiderio autentico di celebrare.

Il suono di un didgeridoo diede inizio alla festa. Presi quindi la parola per raccontare brevemente la storia del LAB, nato quasi per caso nel 2010, e della rivista AutoRicerca, che aveva visto la luce l'anno successivo e aveva da pochi giorni raggiunto il suo ventitreesimo volume. Sottolineai poi l'importanza dell'osservazione in ogni percorso di ricerca, ricordando come quella stessa sede non sarebbe mai esistita se non mi fossi concesso di osservare il vecchio edificio industriale con uno sguardo nuovo, capace di coglierne le potenzialità al di là del mio vissuto personale.

Dall'osservazione passammo all'ascolto, grazie a Viola Pfister, che ci offrì un'improvvisazione vocale accompagnata da una campana tibetana, lasciando emergere suoni vicini e lontani, nell'ispirazione dell'istante. Seguì la presentazione delle prime attività del nuovo laboratorio, che testimoniavano la varietà degli approcci che desideravamo riunire. Da parte mia, proposi Parole dal silenzio, una pratica dedicata all'emergere della parola da uno spazio di quiete interiore, e Danza & Respiro, un'esplorazione del movimento che nasce dall'immobilità. Donatella Galli presentò il suo percorso di Yoga Integrale, ricordando come la bellezza interiore sia una dimensione accessibile a qualsiasi età. Manuela Canova introdusse Don't stop the dance, una proposta di movimento libero e consapevole, insieme al suo lavoro individuale con il metodo The Journey. Patrizia Verdiani, la mia storica collaboratrice, evocò invece il silenzio profondo sperimentato durante un'esperienza nel Deserto bianco, presentando il suo percorso individuale Mani nel silenzio.

Presentai anche una seconda iniziativa che aveva trovato casa in Area 302, lo spazio che ospitava il LAB: il Social Business Innovation Lab (SBILAB), nato dalla collaborazione con Samantha Caccamo, fondatrice di Social Business Earth. Samantha illustrò l'importanza di sostenere forme di imprenditorialità orientate alla soluzione di problemi sociali e ambientali, e il progetto di offrire agli imprenditori sociali uno spazio di lavoro, incontro e formazione. Anche questa iniziativa esprimeva, a suo modo, il desiderio di mettere la ricerca e la creatività al servizio di una trasformazione concreta della realtà.

Viola tornò poi a incantarci con la sua voce e la sua arpa, interpretando un'antica canzone d'amore occitana di Jaufre Rudèl, prima di lasciare nuovamente spazio all'improvvisazione e alla poesia. La serata proseguì quindi con un dialogo collettivo sul rapporto tra ricerca interiore e ricerca scientifica. Ebbi modo di spiegare perché ritenevo importante evitare facili sovrapposizioni tra spiritualità e fisica quantistica, fondate su semplici analogie, e di presentare alcuni aspetti del lavoro che stavo conducendo con Diederik Aerts e il gruppo di Bruxelles, in particolare l'interpretazione concettualistica della meccanica quantistica e la prospettiva pancognitivista. Le domande e le riflessioni dei presenti, portarono la conversazione anche sul tema dei limiti della conoscenza e dell'importanza dell'umiltà in ogni autentico percorso di ricerca.

Dopo aver sollecitato a lungo i neuroni dei presenti, arrivò finalmente il momento di nutrire anche il corpo, grazie ai vini della Tenuta Castello di Morcote e alle prelibatezze preparate dal Ristorante Vicania. Ma la serata non era ancora conclusa. Quando ormai molti ospiti avevano lasciato il laboratorio, dal ventre del LAB emerse una festa quasi celtico-pagana, accompagnata dai ritmi potenti che risuonavano nella sala Mammut. La danza, a tratti circolare, sembrava riportarci a una dimensione più antica, dove il movimento collettivo diventava celebrazione della vita e del suo continuo rinnovarsi.

Fu così che il LAB 2.0 aprì ufficialmente le sue porte: non con un'inaugurazione formale, ma con un'esperienza condivisa, nella quale osservazione, ascolto, parola, musica, movimento e convivialità trovarono spontaneamente il loro posto.

Ho evocato la Sala Mammut, un ambiente molto generoso, di quasi 200 mq e a tutta altezza, un vero e proprio spazio di manifestazione, capace di ampliare i propri gradi di libertà percettivi. Ciò che sorprendeva, entrando in questa sala, era che, nonostante la notevole volumetria, la sua ampiezza non produceva una sensazione di dispersione, ma quasi il suo contrario: una qualità morbida e cristallina, capace di accogliere e contenere. Al suo interno ci si sentiva protetti, quasi a bordo di un grande vascello spaziale che solca il Cosmo, e al tempo stesso avvolti da un'atmosfera calda e confortevole, grazie agli ampi tendaggi, al pregiato parquet di rovere e al soffitto che evocava un cielo notturno. La grande vetrata rivolta a sud raccoglieva la luce del sole, mantenendo lo spazio in costante comunicazione visiva con il verde esterno. Insomma, pur essendo atterrati in una zona industriale, anche gli spazi del LAB 2.0, come quelli del LAB 1.0, conservavano qualcosa di magico.

La Sala Mammut

Con il tempo, si aggiunsero nuovi collaboratori e nuove proposte di pratica: Alessandro Arlati, con il Tai Ji e il Qi Gong; Elisita Smailus, con il suo «Dare anima alla danza»; Cristina Martinelli, con la Danza Sensibile; Samantha Caccamo, con la Meditazione Zen. Non mancarono inoltre iniziative occasionali, come i seminari sulle esperienze corporee proposti con Rodrigo Montenegro. Le mie pratiche di movimento consapevole si arricchirono poi della collaborazione con Federico Milanesi, ricercatore del suono, che compose appositamente per il LAB alcune tracce musicali originali, di grande bellezza e potenza espressiva.

Alcune tra le numerose proposte del LAB 2.0

Nel frattempo, AutoRicerca proseguiva nella sua missione, con volumi sempre più articolati e talvolta provocatori. Il numero 25, ad esempio, aveva proposto una molteplicità di sguardi sulla crisi del Covid-19, raccogliendo prospettive scientifiche, istituzionali, mediatiche, ma anche esperienziali ed esistenziali. Il numero 27 aveva invece affrontato il complesso tema del male, da diverse angolazioni, con numerosi contributi, alcuni dei quali scritti da collaboratori del LAB.

Un caso particolare, nella storia della rivista, fu quello del numero 28, dedicato a un tema assai controverso, anche negli ambienti della ricerca interiore: quello delle cosiddette "incarnazioni divine", intendendo con questa espressione delle entità che, ipoteticamente, non possiederebbero una natura umana e non sarebbero quindi soggette alle nostre medesime leggi evolutive. Il volume prendeva avvio da una mia lunga testimonianza autobiografica, intitolata Autobiografia di un'apocalisse, nella quale cercavo di offrire uno sguardo disincantato su alcune esperienze vissute, proponendo molteplici spunti di riflessione, anche critici, ma sempre rispettosi e costruttivi. Il tutto senza pretendere di aver compreso ogni cosa, ma nemmeno fingendo di non aver compreso nulla. Patrizia, che aveva condiviso con me alcune di quelle esperienze, completò il volume con una sua suggestiva lettera.

La pubblicazione suscitò numerose reazioni, riflessioni, emozioni e anche qualche insofferenza, ma soprattutto favorì nuove testimonianze e incontri con persone sensibili ai temi affrontati. Ne nacque un complemento al numero 28, pensato per accogliere e proseguire quel dialogo. Da questa stessa esperienza scaturì poi il numero 30, dedicato alla delicata questione del rapporto, purtroppo non di rado disfunzionale, tra maestro e discepolo. La riflessione tornò infine a tradursi in pratica, attraverso un percorso proposto al LAB per esplorare le luci e le ombre del cammino psicospirituale, che ebbi il piacere di condurre insieme a Patrizia e a una nuova collaboratrice, Francesca Vicky Scher. Un lavoro che trovò a sua volta espressione nel numero 32 della rivista.

Le attività del LAB proseguivano, così come la rivista AutoRicerca, che continuava a tenere fede all'antica promessa dei due volumi annuali, accompagnati da un lavoro di riedizione dei numeri precedenti e di rinnovamento delle copertine. Tuttavia, dopo cinque anni di sviluppo della seconda incarnazione del LAB, pur riconoscendo le molte cose interessanti che erano accadute, dovevo constatare che non si era realizzata quella sinergia, quella realtà più integrata che avevo inizialmente immaginato.

Non si trattava di una valutazione critica nei confronti di qualcuno. Osservavo soltanto che dalla nuova formula del laboratorio non stava emergendo qualcosa che giustificasse davvero il mantenimento di una struttura comune. I collaboratori si muovevano autonomamente, e questo era certamente un bene, ma non si creavano sufficienti occasioni di ricerca condivisa, di incontro e contaminazione reciproca. Forse la missione del LAB era rimasta troppo ampia e indefinita, oppure, più semplicemente, certe reazioni, anche quando sembrano esservi tutte le condizioni, non avvengono.

Così, osservando il LAB con crescente lucidità, cominciai a interrogarmi sempre più spesso sul suo perché, senza trovare una risposta convincente. Finché mi resi conto che non avevo più una ragione autentica per preservare quella strana entità. Sentivo che aveva ormai completato il proprio ciclo vitale e che era giunto il momento di chiudere questa avventura, lasciando spazio a nuove iniziative, ancora tutte da immaginare.

Con la conclusione del ciclo vitale del LAB, anche la sua rivista, AutoRicerca, giungeva al compimento della propria missione, con il già citato numero 32. Per qualche tempo accarezzai l'idea di dare vita a una nuova rivista, che raccogliesse parte dell'eredità di AutoRicerca, ma con un altro nome e una vocazione più universale e internazionale. Poi compresi che anche in questo caso era importante mantenere pulito il movimento: fondare una nuova rivista avrebbe richiesto ragioni autentiche, che in quel momento non esistevano. Era arrivato il tempo di lasciare andare, di segnare una pausa, senza la fretta di riempire lo spazio che si stava liberando. Se qualcosa di nuovo fosse nato, avrebbe dovuto farlo non come semplice prolungamento di ciò che era stato, ma a partire da un impulso autonomo, capace di trovare da sé il proprio senso, la propria forma e la propria necessità.

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