C’è stato un periodo della mia vita in cui seguivo gli insegnamenti di alcuni maestri spirituali. Ricordo che uno di loro insisteva su un’interpretazione affascinante, e apparentemente molto profonda, della parola “rivelare”. Secondo questa lettura, il termine conterrebbe un significato occulto: ri-velare, cioè “velare due volte”. L’idea era suggestiva: rendere manifesto l’immanifesto significherebbe, in realtà, coprirlo ancora di più, nasconderlo sotto un secondo velo. Un paradosso dal sapore quasi iniziatico.
Col tempo, però, ho imparato una lezione importante: quando riceviamo spiegazioni da chi si presenta come depositario di una conoscenza nascosta, è bene mantenere uno spirito critico. Il fascino di un’interpretazione non è garanzia della sua verità. Vale sempre la pena verificare. E infatti basta guardare all’etimologia per accorgersi che la realtà è molto più semplice, e molto meno misteriosa. “Rivelare” deriva dal latino revelare, composto da re- e velare. Ma qui il prefisso re- non ha valore iterativo, non significa “di nuovo”: indica piuttosto allontanamento o rimozione.
Dunque rivelare significa letteralmente “togliere il velo”, esattamente come svelare. Non velare due volte, ma fare l’opposto: portare alla luce ciò che era nascosto. Questo uso del prefisso re- si ritrova anche in altre parole, dove indica un movimento “all’indietro”, una revoca o una rimozione: “revocare (ritirare una decisione), “rescindere” (sciogliere, togliere un vincolo), “rimuovere” (allontanare, togliere). In tutti questi casi, re- non aggiunge, ma ritrae, scioglie, allontana.
Certo, il prefisso re- non ha un solo significato: può indicare iterazione, ritorno, intensificazione o inversione. Va sempre interpretato nel contesto specifico della parola. Ed è proprio questo il punto: capire quale valore abbia davvero, invece di proiettarvi sopra un significato suggestivo.
Ricordo anche quando mi divertivo con le cosiddette “canalizzazioni”. Al di là di come si vogliano interpretare questi fenomeni, mi colpiva spesso la creatività linguistica con cui certi messaggi venivano costruiti: parole smontate e ricomposte per evocare nuovi significati. Ma lì si trattava chiaramente di un gioco creativo, non molto diverso da quello di certi artisti acrobati del linguaggio che piegano le parole per creare effetti paradossali e stimolanti.
Ed è qui la distinzione importante: una cosa è usare la flessibilità del linguaggio per creare connessioni evocative, in grado di far riflettere e sognare; un’altra è presentare queste connessioni come verità nascoste. Posso dire, per gioco, che le idee vengono dal divino e notare che in “idea” c’è “dea”. Ma non posso dimenticare che idea viene dal greco e significa “forma”, “aspetto”, “apparenza”.
Insomma, le parole hanno spesso una storia precisa, che vale la pena conoscere. E non tutto ciò che suona profondo lo è davvero. A volte la verità è molto meno misteriosa, ma ance molto più solida.
