Qualche giorno fa ho ascoltato il video di una persona che parlava di temi esoterici, e in particolare della possibile esistenza di individui con caratteristiche non ordinarie. La cosa che mi ha colpito non è stata tanto l’argomento in sé, quanto il modo in cui veniva trattato. Questa persona offriva una spiegazione estremamente articolata, dettagliata, apparentemente anche profonda, sul perché certe realtà esistessero o meno. E mentre ascoltavo, mi rendevo conto che quel tipo di spiegazione si rifaceva a un immaginario, a un insieme di concetti, che conoscevo molto bene, perché in passato mi ero interessato anch’io a testi esoterici, occulti, e più in generale a scritti di valenza spirituale.
Il punto, però, è questo: questa persona non presentava le sue idee come ipotesi, come simboli, come visioni possibili. No. Le presentava come certezze. Cioè, non diceva: “Secondo questa scuola di pensiero…”, oppure: “Secondo questo autore…”, oppure ancora: “All’interno di questa tradizione si ritiene che…”. No, no. Parlava come se stesse descrivendo dei fatti assodati. Come se sapesse davvero, in maniera diretta e indubitabile, quale fosse il grado di evoluzione o di iniziazione di certi personaggi spirituali del passato, come ad esempio Gesù Cristo o il Buddha, e quale fosse l’esatta struttura invisibile della realtà.
Ora, come vi dicevo, da giovane anch’io sono stato affascinato da certi testi esoterici. E per certi versi, lo sono ancora oggi. E capisco benissimo il fascino che sono in grado di esercitare. Esistono testi davvero colti, stratificati, pieni di simboli, di corrispondenze, di cosmologie complesse. E rispetto a certe narrazioni religiose apparentemente più semplicistiche, possono dare l’impressione di essere in qualche modo più vicini a una reale comprensione del grande mistero.
Ma è proprio qui che sta il punto delicato. Quando un racconto è complesso, erudito, quando possiede un linguaggio sofisticato, una struttura apparentemente coerente, beh, siamo automaticamente portati a dargli più credito. Ma complessità non significa necessariamente verità. Erudizione non significa necessariamente conoscenza. Coerenza non significa necessariamente corrispondenza con la realtà.
Col tempo mi sono accorto di una cosa: quando leggiamo certi scritti, quando frequentiamo a lungo certi ambienti, certi personaggi, quando certi concetti ci diventano oltremodo familiari, accade che iniziano a sembrarci veri solo per il fatto che sono, per l’appunto, familiari. Perché la familiarità abbassa il livello critico, e questa, secondo me, è una dinamica fondamentale da comprendere. Perché a quel punto non stiamo più distinguendo con chiarezza tra ciò che sappiamo veramente e ciò che semplicemente immaginiamo essere vero, o speriamo essere vero, solo perché ci è stato raccontato molte volte. Ecco allora che certe narrative esoteriche, certe cosiddette verità occulte, che ritroviamo in molti libri e in molte scuole, vengono nel tempo ripetute e tramandate come se fossero dati oggettivi, anche se sono totalmente al di fuori della nostra capacità di verificarne l’attendibilità.
Ma chiediamoci: perché mai un libro esoterico, il racconto di un occultista, dovrebbero contenere più verità di quanto possa farlo, ad esempio, un testo religioso tradizionale? Perché mai il contenuto di una canalizzazione, il discorso di un’autoproclamata guida spirituale, o i testi di una qualsivoglia tradizione iniziatica, dovrebbero essere presi come descrizioni attendibili del reale, invece che come semplici costruzioni immaginifiche, o alla meglio come ipotesi metafisiche?
Perché dovremmo ritenerli superiori ai testi ufficiali delle religioni istituzionali? O alle speculazioni della scienza moderna, quando tenta di descrivere il reale da una prospettiva cosmica? E sia ben chiaro, non sto dicendo che questi testi, religiosi, esoterici e scientifici, non contengano, nelle loro narrative, nei loro miti si potrebbe dire, delle porzioni di verità, o quantomeno dei modi interessanti di mettere in scena il grande spettacolo della vita. Sto solo dicendo che bisogna essere estremamente onesti. Il fatto che una narrazione sia affascinante, relativamente antica, complessa o spiritualmente suggestiva, non la rende vera.
Il problema, quindi, non è l’esoterismo in sé, così come non è la religione o la scienza in sé. Il problema nasce quando una narrazione viene trasformata in certezza senza che vi sia reale esperienza, possibilità di verifica, o comunque sufficiente consapevolezza dei suoi limiti. Molte persone che si autodefiniscono ricercatori del vero spesso finiscono col credere in modo acritico a una storia improbabile che è stata loro raccontata più volte. E spesso guardano dall’alto in basso coloro che, semplicemente, aderiscono a una narrativa differente.
Magari cambia il lessico. Magari cambiano i simboli. Magari cambia il senso di appartenenza. Ma il meccanismo psicologico, molto spesso, resta lo stesso. Si sostituisce un dogma con un altro. Una credenza collettiva con una credenza solo apparentemente più sofisticata. Ad esempio, un’autorità religiosa con un’autorità esoterica. Per questo penso ci sia bisogno di molto più discernimento. Di più rigore. E anche di maggiore umiltà intellettuale.
Secondo me, dovremmo anche imparare a parlare con maggiore precisione. Dovremmo distinguere ciò che abbiamo realmente studiato e sperimentato da ciò che abbiamo soltanto letto. Dovremmo distinguere ciò che osserviamo da ciò che interpretiamo. E dovremmo distinguere ciò che possiamo testimoniare da ciò su cui stiamo semplicemente speculando.
La speculazione non è un problema. Anzi, la speculazione può essere molto fertile, persino necessaria. Ma bisogna chiamarla col suo nome. Se sto riportando l’idea di un autore, devo dire che sto riportando l’idea di un autore. Se sto citando contenuti derivanti da una rivelazione, da una visione, da una canalizzazione, devo dire chiaramente che si tratta di questo. E devo anche aggiungere, con onestà, che non ho alcun modo per stabilire se quei contenuti siano veri oppure no. Questo, secondo me, è un atteggiamento non solo più sano, ma anche più maturo e responsabile. Ed è anche più vicino, per certi versi, a uno spirito autenticamente scientifico e di ricerca.
Il che non significa ridurre tutta la realtà a ciò che è già misurabile o già spiegabile. Non significa negare il mistero. Non significa chiudersi a priori a dimensioni più profonde dell’esperienza. Significa però mantenere vivo il discernimento. Significa non confondere il desiderio di credere con l’illusione di sapere. Significa non scambiare la familiarità con la verità. Significa non perdere la capacità di fare domande scomode.
Ecco perché penso che dovremmo fare tutti un po’ più attenzione, soprattutto quando ci sentiamo a casa dentro certi racconti. Perché è proprio quando un racconto ci è familiare, quando parla il nostro linguaggio, quando risuona con ciò che già pensiamo, che il nostro spirito critico si abbassa pericolosamente. E così diventa facilissimo credere. Ma il cammino della ricerca, se autentico, non può rinunciare al discernimento.
Buona ricerca!
P.S.: Questo articolo è tratto da un mio video pubblicato su YouTube: https://youtu.be/oOpOEKZQ5ss
