La trappola elegante della paura

06.05.2026 - Massimiliano Sassoli de Bianchi

L’evitamento è una delle trappole più eleganti della paura. Funziona, ma solo apparentemente. Evito ciò che temo, l’ansia cala, e mi sento momentaneamente salvo. Il problema è che proprio quel sollievo diventa la prova implicita, ma farlocca, che il pericolo fosse reale: “Se l’ho evitato e ora sto meglio, allora era davvero qualcosa di minaccioso”.

Da qui nasce la spirale: ogni evitamento conferma la paura, prepara l’evitamento successivo e rende la percezione dell’oggetto temuto sempre più grande.

Se volessimo utilizzare un’analogia fisica, potremmo pensare a un sistema con retroazione positiva: una piccola perturbazione iniziale, invece di essere dissipata, viene continuamente reinserita nel sistema e ogni volta amplificata.

Il risultato è un’instabilità crescente.

Avete mai sentito parlare dell’effetto Larsen? È quel fischio stridente che si produce quando un microfono si avvicina troppo a un altoparlante. Il suono che entra nel microfono esce dall’altoparlante, rientra nel microfono, viene di nuovo amplificato, e così via, in un crescendo sempre più incontrollabile.

Quando evitiamo una paura, accade qualcosa di simile. L’evitamento è subdolo perché crea l’illusione che, evitando il problema, lo stiamo depotenziando. In realtà, stiamo solo impedendo alla nostra mente di confrontarsi con il reale.

Qui però l’analogia con il microfono va rovesciata. Nell’effetto Larsen, per interrompere il loop basta allontanare il microfono dall’altoparlante. Nel caso della paura, invece, l’allontanamento è proprio ciò che alimenta il circuito retroattivo.

Il pericolo apparente cresce perché non viene mai sperimentato.

L’esposizione graduale fa l’opposto: riavvicina la persona alla realtà temuta, ridimensiona la percezione del problema e interrompe il meccanismo di amplificazione. A questo punto, la paura, non più nutrita dall’evitamento, perde progressivamente intensità.

Tra l’altro, non sempre è necessario confrontarsi direttamente con ciò che si teme. Spesso l’evitamento non è solo fisico, ma anche mentale: si evita persino di pensare di incontrare ciò che ci spaventa. Eppure, se provassimo a esplorare con lucidità le nostre peggiori fantasie, scopriremmo spesso che accade qualcosa di diverso da ciò che immaginavamo: la paura perde compattezza, si disarticola, si ridimensiona.

Forse l’esempio più emblematico di “paura evitata, paura incrementata” è il tentativo di evitare la morte fisica. Molte persone vivono scappando dalla morte: non solo facendo cose assurde per tenerla lontana, ma evitando perfino di pensarla. La morte diventa allora un tabù, qualcosa di cui parlare sottovoce, e così un fenomeno naturale viene trasformato in un mostro immaginario, nutrito nel tempo fino a condizionare la nostra libertà di vivere, amare, sperimentare e aprirci alla vita con fiducia.

Ma la morte, come la nascita, appartiene al grande flusso della vita.

Smettere di fuggirla non significa desiderarla, ma restituirle il suo posto: non più padrona invisibile delle nostre paure, ma soglia naturale dentro il mistero dell’esistenza.